Annullato l’evento “Mai più terrorismo”: un’occasione persa per il dibattito?

L’annullamento del convegno “Mai più terrorismo: informazione e dialogo verso la riconciliazione e la pacificazione nazionale”, previsto per il 24 marzo presso l’Università di Foggia, ha acceso un acceso dibattito sulla libertà accademica, la memoria storica e il ruolo dell’informazione nel racconto del terrorismo. La decisione di cancellare l’evento a poche ore dall’inizio, ufficialmente per ragioni di sicurezza, solleva interrogativi: si è trattato di una misura necessaria o di un pericoloso precedente per la libertà di confronto nelle istituzioni accademiche?
Le ragioni dell’annullamento e il ruolo delle proteste
L’Università di Foggia ha spiegato la cancellazione con la necessità di “preservare un clima sereno e sicuro”, in risposta a tensioni crescenti e pressioni esterne. Secondo il Rettore Lorenzo Lo Muzio, l’intenzione dell’ateneo era quella di ospitare un dibattito serio e costruttivo sugli Anni di Piombo, ma il clima attorno all’evento ha reso impossibile il suo svolgimento.
Dietro la decisione, però, ci sono state anche forti critiche da parte di alcune associazioni e movimenti. ARCI e CGIL avevano espresso dissenso già nei giorni precedenti, accusando il convegno di essere un’operazione revisionista che avrebbe offerto una piattaforma a figure controverse. “Era un chiaro tentativo di raccontare la storia da un solo punto di vista” ha dichiarato Domenico Rizzi, presidente di ARCI Foggia.
L’indignazione degli organizzatori e dei relatori esclusi
Gli organizzatori del convegno, rappresentati dall’Osservatorio Nazionale “Anni di Piombo per la verità storica”, hanno parlato di “una grave lesione della libertà accademica”. Potito Perruggini Ciotta, presidente dell’Osservatorio, ha sottolineato che il convegno mirava a favorire il dialogo e la riconciliazione, senza alcuna intenzione di riabilitare figure legate al terrorismo.
Ma a far discutere maggiormente è stata l’esclusione di Sergio D’Elia, ex esponente di Prima Linea e oggi segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, da anni impegnato nelle battaglie per i diritti umani. D’Elia ha dichiarato: “Vengo invitato a parlare in tutta Italia, sono stato parlamentare della Repubblica, eppure qui a Foggia si è deciso che la mia presenza era scomoda. Questo dimostra quanto ancora sia difficile affrontare certi temi con onestà intellettuale”.
Una decisione politica? L’intervento delle istituzioni
L’eco dell’annullamento è arrivato anche in Parlamento. Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e membro di Fratelli d’Italia, ha presentato un’interrogazione ai ministri Bernini e Piantedosi per chiedere chiarimenti sulle pressioni subite dall’università e sulla presenza di “sacche di violenza politica” ancora attive negli atenei italiani.
Se da un lato la sicurezza è una priorità, dall’altro questa vicenda lascia spazio a riflessioni preoccupanti. Un’università deve essere il luogo del confronto, anche scomodo, e non può piegarsi a pressioni o timori di contestazione. Se bastano proteste e malumori per chiudere il dibattito su un pezzo di storia nazionale, quale sarà il prossimo tema a essere silenziato?
Dibattito aperto: chi decide quali voci possono parlare?
L’episodio di Foggia non è isolato: negli ultimi anni, in molte università italiane ed europee, eventi su temi controversi sono stati cancellati per timore di tensioni. Ma una democrazia matura deve essere in grado di affrontare il proprio passato senza censure né esclusioni ideologiche.
La domanda che resta aperta è questa: chi decide quali voci possono contribuire al racconto storico? E soprattutto, il rischio di strumentalizzazione è sufficiente per impedire un confronto pubblico?
Il caso Foggia è un monito: non basta dire “Mai più terrorismo”, bisogna avere il coraggio di discutere, senza paura.